I fattori di rischio

L’epidemiologia e la statistica hanno reso possibile individuare numerosi fattori di rischio – sia personali che ambientali – che possono predisporre a malattie delle coronarie come l’aterosclerosi, angina pectoris, infarto del miocardio. Si tratta dei cosiddetti “fattori di rischio coronarico”. Negli individui colpiti da infarto quasi senza eccezioni viene ritrovata una o più di queste condizioni. I fattori potenziali di rischio sono assai numerosi: alcuni purtroppo non possono essere eliminati, mentre altri fanno parte delle nostre abitudini di vita che possono essere modificate e corrette. L’eliminazione di questi fattori ci rende meno vulnerabili e accresce le probabilità di evitare le malattie delle coronarie.
I fattori di rischio, quindi, si dividono in due categorie:

1) Non correggibili:

• Sesso: gli uomini sono più colpiti delle donne.
• Ereditarietà: coloro che hanno familiari colpiti da malattie delle coronarie hanno maggiori probabilità di ammalarsi rispetto a coloro che non hanno tale familiarità.
• Diabete: provoca alterazioni delle piccole arterie che facilitano l’insorgenza di malattie cardiovascolari.
• Età: con l’avanzare dell’età aumentano le probabilità di malattie di cuore.

2) Correggibili:
• Fumo: i fumatori sono più esposti dei non fumatori alle malattie del cuore, delle arterie e dei polmoni.
• Eccesso di colesterolo nel sangue: favorisce la formazione di depositi di grasso e di placche ateroscle-rotiche sulle pareti delle arterie che ne restringono il lume ostacolando il flusso del sangue.
• Pressione arteriosa alta: costringe il cuore ad un superlavoro e favorisce le lesioni delle arterie. I soggetti ipertesi presentano una maggiore incidenza di malattie del cuore, dei vasi, dei reni rispetto alle persone con pressione arteriosa normale.
• Alimentazione scorretta: una dieta troppo ricca di calorie, con abbondanti grassi di origine animale, zucchero e sale, favorendo l’aterosclerosi, aumenta i rischi di malattie delle arterie e del cuore.
• Obesità: i soggetti in sovrappeso sottopongono il loro cuore ad un maggior lavoro e hanno maggiori rischi di malattia cardiocircolatoria rispetto alle persone con peso forma.
• Sedentarietà: indebolisce il cuore il quale è un muscolo e come tutti i musco/i beneficia dell’attività fisica. La sedentarietà inoltre favorisce l’obesità e l’aumento di grassi nel sangue.
• Stress: una condotta di vita stressante può favorire le malattie delle coronarie in taluni individui, specialmente se lo stress non è gratificante.
I “fattori di rischio coronarico” vengono suddivisi a seconda della loro importanza in maggiori e minori: rientrano fra i primi il fumo, l’ipertensione, l’eccesso di colesterolo nel sangue, il diabete e la mancanza di attività fisica. La contemporanea presenza di più fattori di rischio nello stesso individuo aumenta le probabilità di essere colpiti dalle malattie delle coronarie con progressione geometrica. Ad esempio, il rischio di infarto per un fumatore medio è doppio rispetto al non fumatore: se questi ha anche troppo colesterolo nel sangue e la pressione alta il rischio diviene sedici volte maggiore.

Per approfondire i singoli temi:
• lo stress
• il diabete (bookmark)
• il fumo (bookmark)
• l’obesità (bookmark)
• la pressione alta (bookmark)
• il colesterolo (bookmark)

Lo stress

Stress letteralmente significa sforzo, tensione, ma da che è entrato in medicina il termine ha acquisito un significato assai più ampio e complesso. Un improvviso dolore o un bacio appassionato possono causare stress, scrisse Selye, lo studioso che ha scoperto i meccanismi del fenomeno. Esistono due tipi di stress: uno nocivo, da evitare perché provoca malessere e malattie e uno benefico, necessario, che genera dinamismo e creatività. Il primo può essere causato dalla solitudine, dal rumore, dalle frustrazioni, dalla ressa delle ore di punta; il secondo da tutti i fattori gratificanti e che spingono l’individuo verso la realizzazione della propria personalità. L’affermazione che l’infarto colpisce più spesso i dirigenti, le persone cariche di impegni e di responsabilità è risultata scarsamente fondata. A provocare lo stress possono essere sia stimolazioni eccessive quali la fretta e i troppi impegni concomitanti, sia le stimolazioni troppo deboli quali le mansioni ripetitive,il lavoro che non valorizza.
Lo stress è la risposta del nostro organismo ad una sollecitazione esterna e può avere conseguenze diverse secondo il nostro modo di essere, il tipo di personalità e il livello intellettuale, la cultura, l’influenza ambientale. Esistono due “ormoni dello stress” chiamati catecolamine, il cui aumento nel sangue provoca innalzamento della pressione arteriosa, accelerazione del battito cardiaco, aumento della forza di contrazione del cuore. Essi danno la carica all’individuo esaltandone la forza fisica, l’aggressività e il coraggio e, in passato, sono stati utili nell’affrontare le lotte per la sopravvivenza.
Nella società civilizzata questa carica è diventata sempre meno utile e gli effetti delle catecolamine possono essere mal tollerati da un cuore indebolito dalla mancanza di esercizio fisico, dal fumo, dall’eccesso di colesterolo nel sangue e da precoce aterosclerosi delle coronarie. Lo stress è un fattore di rischio, ma con un ruolo molteplice e collaterale nel quadro non ancora esattamente delimitato delle “malattie della civilizzazione”. Anche i mezzi di difesa dallo stress non sono generalizzabili, si può tentare di cambiare e di riorganizzare la propria vita, allontanarsi dallo stress cittadino, imparare ad incassare meglio i traumi, aumentare l’attività fisica e sportiva e, più in generale, adottare un atteggiamento di sano distacco dagli stimoli del mondo, per affrontarli con maggior serenità.

Il diabete

Il diabete detto mellito è una malattia cronica del metabolismo caratterizzata da elevata glicemia, cioè una quantità di zucchero nel sangue superiore alla norma.Valori di glicemia a digiuno compresi tra 1,10 e 1,25 grammi indicano una condizione di alterata glicemia a digiuno, mentre valori uguali o superiori a 1,26 grammi sono indicativi della presenza di diabete. Molto spesso i soggetti che hanno soltanto un’alterata glicemia a digiuno diventano con il passare degli anni pazienti diabetici. La normale glicemia a digiuno oscilla fra 0,80 e 1 grammo per litro di sangue. L’iperglicemia è dovuta all’incapacità del pancreas ad utilizzare lo zucchero introdotto con l’alimentazione a causa dell’inadeguata produzione di insulina. L’insulina è prodotta da cellule specializzate del pancreas, le isole di Langerhans, ed è l’ormone che fa penetrare lo zucchero nelle cellule muscolari, epatiche, cardiache, nervose. Il tasso di zucchero, sotto forma di glucosio, nel sangue e contemporaneamente si ha perdita di zucchero con le urine.
Normalmente il rene recupera lo zucchero che dal sangue passa nelle urine e lo re-immette nella circolazione sanguigna; se il livello della glicemia supera il capacità di recupero da parte del rene si ha glicosuria, cioè presenza di zucchero nelle urine. Nel diabete bisogna distinguere tra due forme di manifestazione della malattia: il diabete insulino-dipendente o tipo 1, che colpisce in Italia circa il 5,7 per cento dei diabetici, e il diabete non insulino-dipendente o tipo 2 che ne colpisce circa il 9,4 per cento.

Il diabete tipo 1 (insulino-dipendente) viene detto anche “diabete giovanile” e per il suo trattamento è indispensabile l’impiego di insulina. Si manifesta nell’infanzia, in particolare fra i 5 e i 15 anni. In questa forma si ha il blocco della secrezione di insulina da parte del pancreas, blocco che può essere progressivo oppure insorgere bruscamente. Questa forma di diabete viene detta “magra” perché i soggetti che ne sono colpiti hanno un peso normale o inferiore alla norma, a differenza dei diabetici del secondo gruppo, con diabete non-insulino-dipendente che sono in genere grassi. Il diabete non insulino-dipendente viene così chiamato perché il trattamento non richiede l’impiego dell’insulina, insorge nell’età matura, compare soprattutto fra i 40 e i 50 anni, talvolta anche dopo i 60. L’eccesso ponderale riveste un ruolo nella sua insorgenza insieme ad una “perdita di efficacia” dell’insulina o ad una pigrizia pancreatica. Può essere curato con la sola dieta associata ad una diminuzione di peso. Nei casi che richiedono terapia medica si impiegano gli ipoglicemizzanti orali. La causa di queste due forme di diabete non è evidentemente la stessa Il diabete tipo 1 è legato spesso ad un’infezione virale acuta che colpisce le cellule del pancreas che producono insulina, altre volte l’origine è sconosciuta.

Il diabete tipo 2 è una malattia che compare durante l’età media ed è favorita da errati comportamenti (eccessi alimentari, aumento di peso, sedentarietà e da fattori genetici) ed è più frequente nelle persone che hanno familiari diabetici. Può aggiungersi una degenerazione del pancreas che diviene meno efficiente nel produrre insulina. Attraverso l’iperglicemia il diabete causa un danno a livelli diversi dell’organismo. L’apparato cardiovascolare è il primo ad essere interessato perché il diabete favorisce l’aterosclerosi. Molto spesso i diabetici presentano anche una dislipidemia, cioè un eccesso di colesterolo e di altri grassi nel sangue. Aterosclerosi, ipertensione e ipercolesterolemia costituiscono tutti dei fattori di rischio per le arterie, in particolare per le coronarie e le arterie degli arti inferiori. L’occhio è particolarmente minacciato dal diabete. Le piccole arterie della retina sono molto sensibili all’iperglicemia e all’ipertensione, la prima soprattutto favorisce la formazione di trombi che ostruiscono i vasi.
Il rene è un altro organo assai esposto agli effetti nocivi del diabete a causa delle lente e progressive alterazioni cui vanno incontro i piccoli vasi renali che possono gradualmente portare all’insufficienza renale. Una volta che questa si sia manifestata non c’è altro rimedio che l’emodialisi (rene artificiale) o il trapianto di rene. Nel sangue, per effetto dell’iperglicemia oltre alle turbe della coagulazione, si ha perdita della capacita di deformazione dei globuli rossi, che divengono rigidi e non riescono più a circolare nelle arterie di piccolissimo calibro quali quelle del rene o della retina.

Come si cura il diabete?

Nel diabete che insorge nell’età matura (tipo 2) la riduzione del peso corporeo verso la norma praticando una attività sportiva può essere sufficiente, insieme all’eliminazione di ogni abuso di zuccheri, a normalizzare la glicemia. È relativamente facile anche la prevenzione delle complicanze del diabete. Non sono necessarie grandi restrizioni dietetiche, ma l’alimentazione deve obbedire ad alcune regole. Si deve dare la preferenza agli zuccheri a lento assorbimento, quali gli idrati di carbonio dei cereali, rispetto a quelli raffinati, quale il normale zucchero e ai grassi vegetali rispetto a quelli animali. I formaggi e gli altri latticini debbono essere limitati. Niente (o pochissimo) alcool. La pressione arteriosa deve essere controllata regolarmente perché il suo aumento costituisce un pericolo per le arterie che già sono sottoposte all’effetto lesivo dell’iperglicemia. In caso di ipertensione anche modesta (PA >130/80mmHg) deve essere subito attuato un idoneo trattamento antiipertensivo. Il fumo di sigarette deve essere rigorosamente vietato. L’attività fisica deve essere intensificata perché lo sforzo fisico prolungato è benefico in quanto riduce la necessità di insulina e aiuta il diabetico “grasso” a perdere peso. È consigliabile una vera pratica sportiva, regolare e intensa (lo sport come terapia) perché favorisce la normalizzazione della glicemia. In nessun altro ammalato come nel diabetico, giovane o anziano che sia, la sedentarietà costituisce un fattore di rischio.

Il diabetico, infine, deve consultare regolarmente il medico o recarsi periodicamente ad un centro antidiabetico, per effettuare esami e controlli a:
• fondo dell’occhio, per conoscere le condizioni della retina,
• funzionalità renale,
• colesterolo,
• glicemia.

È bene inoltre che il diabetico impari a fare da solo alcuni controlli. Il diabete insulino-dipendente è noto da almeno tre secoli e prima della scoperta fatta da due ricercatori canadesi, era inesorabilmente mortale. Nel 1971 il mondo intero ha solennemente festeggiato il cinquantesimo anniversario della scoperta dell’insulina fatta da Frederick Grant Banting e da Charles Herbert Best, i quali nel laboratorio della facoltà di medicina di Toronto, nel 1921, isolarono per primi l’insulina dal pancreas di un cane. Il loro primo paziente fu un ragazzo di 14 anni in coma al quale salvarono la vita. Il grande merito della scoperta di Banting e Best è di aver pressoché cancellato la mortalità del diabete giovanile e di aver consentito il prolungamento della vita dei diabetici adulti insulino-dipendenti, fino ad un’età mediamente uguale a quella della normale popolazione. I progressi sono continuati ed oggi sono disponibili varie forme di insulina umana, ottenuta attraverso manipolazioni genetiche, facendo cioè produrre insulina da alcuni batteri nei quali è stato introdotto il gene che nell’uomo dirige la produzione di insulina da parte del pancreas.
Altre ricerche mirano alla realizzazione di insulina orale. Altri progressi, anche se di minore importanza, sono stati fatti nelle modalità di iniezione dell’insulina. Diabete e ipertensione sono due malattie che coesistono con frequenza. L’ipertensione arteriosa è presente in circa il 15 per cento della popolazione normale mentre nei diabetici oscilla fra il 30 e il 50 per cento. L’ipertensione viene ritrovata più spesso fra i diabetici non-insulino-dipendenti, vale a dire nei soggetti con “diabete della maturità”. È una buona norma preventiva la sorveglianza della pressione arteriosa nel diabetico e quella della glicemia nell’iperteso. Non è raro che al diabete e all’ipertensione si associno l’obesità e l’ipercolesterolemia. Alcuni di questi fattori di rischio possono essere corretti dallo stesso diabetico. Egli dovrà inoltre abolire il fumo, che danneggia le arterie già messe a dura prova dall’iperglicemia e dall’ipertensione. Dovrà fare dello sport, anche molto intenso se il medico non troverà controindicazioni, perché l’attività sportiva gli permetterà di controllare il peso e di migliorare i risultati del trattamento antidiabetico. Dovrà sempre essere ragionevole a tavola, cosa che gli consentirà di controllare meglio il tasso di zucchero e di grassi del sangue e di non introdurre nell’organismo calorie di cui non ha bisogno. La restrizione di sale e dei cibi salati influirà sui valori della pressione: il controllo della pressione arteriosa, come importanza, viene nel diabetico subito dopo quello della glicemia.
Ancor più dello sport, la dieta fa parte del trattamento del diabetico. Non è concepibile che un diabetico, qualunque sia il tipo e la gravità della sua malattia, non osservi un regime dietetico rigoroso. La sua razione calorica quotidiana deve essere così suddivisa:
• proteine da 10 a 15 per cento
• grassi circa il 30 per cento
• zuccheri dal 50 al 55 per cento

La dieta nel diabete

Le proteine non presentano alcuna controindicazione, l’essenziale è evitare le carni grasse. La razione di grassi dovrà essere composta per metà da grassi saturi (burro, creme, grassi della carne e del latte) per metà di acidi grassi insaturi (olii vegetali). Fra gli zuccheri dovrà consumare solamente quelli a lento assorbimento che fanno salire assai gradualmente la glicemia: pane, fecola, legumi secchi, patate, riso, cereali. Il fabbisogno calorico del diabetico è identico a quello del non diabetico della stessa età. Non esistono diete standard, che invece devono essere stabilite caso per caso dal medico tenendo conto delle necessità alimentari legate all’età, alla professione, all’attività svolta e al comportamento della glicemia. Alcuni anni fa venne rilevato che i cambiamenti del tipo di dieta con l’impoverimento di fibre sembravano aver coinciso, in certe popolazioni almeno, con l’aumento della frequenza del diabete. Un’alimentazione ricca di fibre vegetali, provenienti da frutti, da legumi freschi, dal pane integrale, accelera il transito intestinale, cioè il passaggio degli alimenti nell’intestino. Questa accelerazione avrebbe l’effetto di ridurre l’assorbimento degli zuccheri da parte dell’intestino, che evita la brusca salita del tasso glicemico post-prandiale. Gli sport non soltanto non devono essere vietati alla maggioranza dei diabetici, ma costituiscono un vero mezzo di terapia che facilita la migliore utilizzazione del glucosio, un migliore equilibrio metabolico e, spesso, la ripresa del dinamismo psicologico. Come abbiamo visto sono consigliabili le attività fisiche relativamente dolci e regolari. Lo sport deve essere invece sconsigliato ai diabetici non equilibrati. È soprattutto importante che il diabetico faccia frequenti controlli sia presso il centro antidiabetico sia da solo. Le strisce reattive consentono, secondo la colorazione che assumono, di determinare il tasso di zucchero nelle urine. Esiste una variante a questo test rappresentata dalle compresse che variano di colore secondo la quantità di zucchero presente nelle urine. Il tasso di zucchero nel sangue può essere determinato anch’esso dal diabetico col semplice prelievo di una goccia di sangue da un dito, questa viene posta su una striscia speciale che viene introdotta nell’apparecchio che
legge con precisione la glicemia. La valutazione dell’emoglobina glicosilata viene fatta in laboratorio e stabilisce quanto glucosio è legato all’emoglobina dei globuli rossi. Nel soggetto normale questo non supera il 5 per cento, nel diabetico bene equilibrato non supera mai l’8,5 per cento. Questo esame permette di dire se il diabete è stato ben equilibrato durante i due o tre mesi precedenti.

Le complicazioni del diabete

Il coma è una perdita parziale o totale della coscienza. Può essere dovuto sia ad un eccesso di insulina che fa scendere la glicemia a livelli inferiori a quelli tollerati dalle cellule cerebrali (coma ipoglicemico) sia ad un eccesso di zucchero nel sangue. In queste evenienze il diabetico devesempre avere a disposizione dello zucchero e una siringa da insulina oltre alla carta di diabetico in modo da poter essere immediatamente soccorso se il coma sopravviene in luogo pubblico. L’arterite o arteriopatia degli arti inferiori è una complicanza frequente del diabete che viene spesso aggravata dal fumo di sigaretta o dall’ipertensione. Per questa ragione si raccomanda sempre un’igiene molto accurata dei piedi: la pelle dei diabetici è più vulnerabile alle infezioni. Per lo stesso motivo è consigliabile la periodica vaccinazione contro il tetano.

Il fumo

Non vi è alcun dubbio sul fatto che le sigarette aumentino il rischio di infarto del miocardio sia negli uomini che nelle donne. Incriminati sono soprattutto due componenti, la nicotina e l’ossido di carbonio. La nicotina aumenta la pressione arteriosa sistolica, la gettata cardiaca, la quantità di acidi grassi liberi del sangue, la secrezione di cortisolo durante il giorno, e può aumentare anche l’aggregabilità delle piastrine. L’ossido di carbonio ha grande affinità per l’emoglobina e, legandosi ad essa, diminuisce il trasporto ematico dell’ossigeno, provocando così una ridotta ossigenazione delle pareti delle arterie che può favorire l’insorgenza di aterosclerosi. I fumatori di pipa tuttavia, pur presentando sovente una quantità di nicotina nel sangue assai alta, sono colpiti meno frequentemente dall’infarto dei fumatori di sigarette. Indagini recenti condotte in gruppi di soggetti in età relativamente giovanile hanno portato a concludere che il rischio di infarto aumenta in rapporto col numero di sigarette fumate, mentre appare assai poco influenzato dal loro contenuto di nicotina e di ossido di carbonio. Nel soggetto giovane almeno, il tipo di sigaretta avrebbe ben poca importanza e non c’è alcun vantaggio a fumare le sigarette definite leggere. Se si vuole diminuire il rischio, l’unica cosa sicura è non fumare.
Tra i principali danni provocati dal fumo agli organi del corpo umano si hanno:

• Cuore:
– infarto del miocardio
– angina pectoris
– morte cardiaca improvvisa

• Aorta:
– perdita di elasticità (aterosclerosi), dilatazione (aneurisma) particolarmente dell’aorta addominale.

• Arti inferiori:
– aterosclerosi delle arterie delle gambe con difficoltà progressiva nella marcia e causa di crampi al polpaccio. L’occlusione dell’arteria può provocare cancrena.

• Cervello:
– decadimento delle funzioni cerebrali (perdita di memoria e concentrazione), maggior possibilità di ictus.

• Stomaco:
– ulcera gastrica, cancro.

• Polmoni:
– cancro, enfisema polmonare, bronchite cronica. Nei soggetti con asma allergica sono più frequenti le crisi.

• Laringe:
– cancro.

• Bocca:
– cancro, stomatite, gengivite, alito cattivo.

• Esofago:
– cancro.

• Pancreas:
– cancro.

• Vescica:
– cancro.

• Organi sessuali:
– diminuzione del desiderio e della potenza sessuale. I nati da donne che fumano in gravidanza sono spesso più piccoli e più gracili.

• Pelle:
– invecchiamento precoce.

Alcuni suggerimenti per smettere di fumare

Fai un elenco scritto di ragioni per cui vuoi smettere di fumare (per esempio: ho paura per la mia salute, non voglio che i bambini prendano il vizio, mi vergogno ad essere l’unico che fuma nel mio ambiente, ho l’alito cattivo… e così via) e leggi questo elenco ogni giorno. Chiudi il tuo pacchetto di sigarette con nastro adesivo. Ogni volta che fumi, scrivi su un foglio apposito l’ora del giorno, che cosa stai facendo e quanto è importante quella sigaretta per te con voto da 1 a 5 (per esempio: sono le 14.30, ho appena preso un caffè, questa sigaretta per me vale 5 punti). Quindi richiudi il pacchetto con nastro adesivo.

2° passo:

Continua a leggere la tua lista di ragioni e, se possibile, aggiungine altre. Non portarti dietro fiammiferi o accendini, e lascia le sigarette un po’ lontano da te. Ogni giorno prova a fumare meno sigarette, eliminando quelle meno o quelle più importanti (secondo quale funziona meglio).

3° passo:
Continua con le istruzioni del 2° passo. Non comprare un nuovo pacchetto di sigarette fino a che non hai finito quello che stai fumando e non comprare mai una stecca. Cambia marca di sigarette due volte durante la settimana, ogni volta scegliendo una marca a più basso contenuto di nicotina e catrame. Prova a non fumare per 48 ore durante questo periodo.

4° passo:
Sospendi del tutto il fumo. Aumenta la tua attività fisica ed evita quelle situazioni che tu associ più da vicino col fumo. Trova un surrogato per le sigarette. Fai dei respiri profondi quando senti il
bisogno impellente di fumare.

L'obesità

L’indagine di Framingham ha dimostrato che negli uomini fra 45 e 62 anni l’aumento del 20% del peso corporeo rispetto al normale raddoppia l’incidenza delle malattie delle coronarie e addirittura la triplica, se come frequentemente è dato osservare, insieme all’eccesso di peso vi è anche aumento del colesterolo del sangue oppure la pressione è più alta del normale. Il cuore dell’obeso presenta una gettata sistolica superiore alla norma ed è costantemente costretto a compiere un superlavoro, e poiché nei soggetti grassi, a pari età, la frequenza e la gravità delle lesioni aterosclerotiche è pressoché doppia rispetto al soggetto di peso normale, si ha la spiegazione dell’aumentato rischio di attacchi cardiaci. L’obesità non solo deve essere considerata una malattia di per sé, ma anche una condizione che favorisce l’insorgenza e aggrava il decorso di numerose altre malattie quali l’ipertensione, il diabete, l’aterosclerosi i tumori e le malattie del cuore e delle coronarie. Sovrappeso ed obesità sono condizioni che aumentano significativamente il rischio di morbilità e di mortalità per ipertensione, dislipidemia, infarto miocardio, ictus e altre patologie cardiovascolari, diabete mellito tipo 2, sindrome delle apnee notturne, calcolosi della colecisti e, non ultimi, i tumori: si stima infatti che attualmente negli Stati Uniti il sovrappeso e l’obesità siano responsabili di oltre 1 morte su 6 per tumore. Nonostante questi rilievi il numero delle persone grasse è in aumento in tutto il mondo industrializzato e a tutte le età, compresa quella scolare. Nel 99% dei casi l’obesità è primitiva, cioè di origine alimentare: è grasso chi mangia troppo in rapporto al tipo di vita che conduce. Ancora più preoccupante è l’aumento dell’obesità infantile e dell’adolescenza. Per riportare nella norma il peso corporeo non si deve far ricorso a pillole dimagranti né a diete di fantasia sempre sconsigliabili, ma si deve adottare un’alimentazione ottimale in rapporto all’età e all’attività fisica svolta. L’esercizio fisico comporta un dispendio calorico e quindi aiuta a perdere peso a condizione che venga seguita una dieta opportuna.

Camminando per un’ora percorrendo 5 km si consumano circa 300 calorie, che corrispondono al contenuto calorico di poco più di trenta grammi di grasso o di tre mele. Nondimeno in un anno si può ottenere una iminuzione di peso di quasi 10 chili. È importante che gli italiani prendano familiarità con le tabelle che riportano il contenuto calorico degli alimenti perché negli ultimi anni nel nostro Paese sono state consumate mediamente mille calorie di troppo al giorno, il che spiega la diffusa tendenza ad ingrassare. Riportando nella normalità il peso corporeo si ottiene la contemporanea diminuzione del colesterolo del sangue, l’abbassamento della pressione e il miglioramento funzionale del cuore. Ma come si fa a sapere se un soggetto ha un peso normale oppure superiore alla norma?
L’approccio più usato è quello della determinazione dell’indice di Massa Corporea (BMI o Body Mass Index nella terminologia anglosassone). Esso si calcola dividendo il peso espresso in KG per il quadrato dell’altezza espressa in metri: un soggetto con peso normale ha un Indice di Massa Corporea compreso tra 19 e 24 Kg/m². Per esempio, qual è l’indice di Massa Corporea di un soggetto che pesa 64 Kg ed è alto 1,68 metri?

64
——— = 2,6 Kg/m² cioè normale.
(1,68)2

Riportiamo la classificazione del sovrappeso e dell’obesità in base ai valori dell’Indice di Massa Corporea:

DEFINIZIONE
BMI Kg/m²
CLASSE DI OBESITÀ
Rischio relativo Circonferenza Vita
Sottopeso  < 18,5
uomini ≤ 102 cm  e donne ≤ 88 cm uomini > 102 cm e donne > 88 cm
Normopeso 18,5 – 24,9
aumentato
Sovrappeso 25,0 – 29,9
aumentato alto
Obesità  30,0 – 34,9 I
alto molto alto
35,0 – 39,9 II
molto alto
≥40 III
estremamente alto

L’indice di Massa Corporea ha valore indipendente dal sesso per tutti gli individui ad eccezione delle donne in gravidanza, degli atleti e degli individui con muscolatura molto sviluppata.

La pressione alta

Un cinquantenne su quattro ha la pressione alta. Più del dieci per cento dell’umanità ha la pressione alta. Si calcola che in Italia vi siano attualmente circa dieci milioni di ipertesi, ma solo un’esigua percentuale è al corrente della sua malattia. In media, su cento ipertesi solo cinquanta sanno di esserlo. Di questi cinquanta solo la metà si curano e quel che è peggio ancora meno della metà di coloro che si curano lo fa in modo corretto. Ne deriva che su cento ammalati di ipertensione non più di dieci si curano come dovrebbero. Gli altri novanta vivono esposti ai pericoli della malattia, mentre curandosi avrebbero la possibilità di evitarli. In Italia i morti per ipertensione arteriosa sono più di quindicimila l’anno. Anche se non si conoscono con precisione le cause della grande maggioranza dei casi di ipertensione, da trent’anni disponiamo di farmaci capaci di riportare nella norma i valori della pressione. I pericoli della pressione alta sono l’ictus, l’infarto del miocardio, gli aneurismi arteriosi, lo scompenso cardiaco, l’insufficienza renale, le malattie della retina. La pressione arteriosa è determinata dal rapporto fra la forza di propulsione cardiaca e le resistenze periferiche in relazione al sangue pompato dal cuore affinché faccia da intermediario fra le cellule e l’esterno per consentire il continuare della vita e dell’esercizio delle funzioni delle cellule. Con lo sfigmomanometro, abitualmente, misuriamo la pressione che il sangue esercita sulla parete delle arterie del braccio. La pressione sistolica, o massima, è principalmente dovuta al volume della gettata del ventricolo sinistro, alla velocità di eiezione, e alla distensibilità dell’aorta. I meccanismi che concorrono a regolare la pressione arteriosa sono cardiaci, (forza della contrazione ventricolare), vascolari (tono ed elasticità delle pareti arteriose), ed ematici (massa e viscosità del sangue). Le resistenze periferiche regolano la quantità del sangue che giunge ai vari organi, in rapporto alle esigenze metaboliche e proteggono le piccole arterie e i capillari dai bruschi aumenti di flusso e di pressione ai quali, a causa della loro fragilità, non potrebbero resistere. Spesso si parla di predisposizione genetica alla pressione alta. È molto verosimile che non si tratti della trasmissione di un unico gene, ma di molti dai quali dipenderebbe il livello pressorio medio elevato di alcune famiglie. Su questa predisposizione esercitano il loro effetto i fattori ambientali: la loro azione sarebbe tanto più evidente se la predisposizione fosse maggiormente accentuata e se la struttura psicologica del soggetto lo rendesse maggiormente sensibile. Probabilmente anche la maggiore sensibilità rientra nel bagaglio genetico. Si innescherebbe un circuito chiuso: l’innalzamento dei valori pressori stimola o rimette in gioco alcuni processi psicologici a loro volta responsabili di un ulteriore aumento della pressione. Fra i fattori ipertensivi sono particolarmente incriminati il ritmo di vita, la sedentarietà, la condizione socio-professionale, il tipo di alimentazione e, soprattutto, l’apporto quotidiano di sale (cloruro di sodio). L’effetto «pressorio» dell’ambiente appare più importante di quanto si supponesse e spiega il variare dei valori della pressione da un giorno all’altro e anche da un momento all’altro, secondo le condizioni nelle quali viene fatta la misurazione.

Complicanze e negligenza

Le diverse indagini, soprattutto recenti, hanno confermato la frequenza delle complicazioni imputabili all’ipertensione arteriosa. La loro precocità e gravità è, in larga misura, legata al grado di innalzamento della pressione. È stata messa chiaramente in evidenza la stretta e costante correlazione esistente fra morbilità, mortalità e gravità dell’ipertensione: quanto più la pressione è elevata, tanto più precoci e frequenti sono le complicazioni. A qualunque valore di pressione arteriosa le probabilità di incidenti cardiovascolari si riduce parallelamente all’abbassarsi dei valori. Tutti i medici sono concordi nel riconoscere che pressoché tutte le ipertensioni arteriose sono oggi correggibili, ma purtroppo non si tiene conto della negligenza nella sorveglianza e nella terapia tanto diffusa fra medici e ammalati. In quale misura una terapia corretta e correttamente seguita migliora l’avvenire dell’iperteso? Anche su questo punto le statistiche dimostrano che l’insufficienza ventricolare sinistra, gli incidenti vascolari cerebrali e l’insufficienza renale sono influenzati favorevolmente. In minor misura questo avviene per le malattie delle coronarie indubbiamente perché l’aterosclerosi coronarica è un processo che dipende da molteplici fattori che cominciano ad agire con l’inizio della vita e possono divenire irreversibili già a partire dall’adolescenza. Non vi è dubbio però sul fatto che le coronaropatie presentano un decorso migliore se l’ipertensione viene adeguatamente e costantemente curata.

Anche i bambini possono essere colpiti

Quando si parla di ipertensione arteriosa, si pensa sempre a persone di mezza età, o che si vanno avviando verso quella che oggi viene chiamata la terza età. Non si pensa mai ai giovani e, men che meno, ai bambini. Da non molti anni si sa, invece, che l’ipertensione non è esclusiva dell’età adulta, ma che è frequente a tutte le età, compresa quella scolare. Incomprensibilmente, ci si è accorti di questo soltanto da poco tempo e solo adesso, anche se il tema è ancora nuovo e da approfondire, si è cominciato ad apprezzarlo in tutta la sua reale importanza. Fino a oggi il medico non considerava la misurazione della pressione arteriosa necessaria durante la visita del bambino, dando per scontato che questa fosse normale. Invece non è così. Circa l’8 per cento degli adolescenti di New York e di Bologna ha la pressione più alta della norma e più dell’uno per cento di questi è francamente iperteso. Dopo la pubertà, il numero dei ragazzi ipertesi tende ad aumentare, e fra i 18 e i 20 anni la frequenza è in media intorno al 6 per cento. Quali sono i valori normali della pressione nei ragazzi? Stabilire una linea di demarcazione precisa è più difficile che nell’adulto, perché la borderline, il confine, è mobile, e si sposta leggermente di anno in anno. Alla nascita la pressione sistolica oscilla fra 80 e 90, e la diastolica è intorno a 45, poi aumenta gradualmente raggiungendo verso i 15 anni i limiti massimi di 140/90. Al di sopra di questi valori, il ragazzo deve essere considerato iperteso, anche se il significato e l’importanza dell’ipertensione potranno essere diversi da un caso all’altro. In passato si riteneva anche che l’ipertensione del bambino fosse sempre secondaria, cioè conseguenza di un’altra malattia (quasi sempre di una nefropatia), oppure di una malformazione vascolare congenita o di una disfunzione ormonale. Si è visto, invece, che nella grande maggioranza dei casi è primitiva al pari di quella dell’adulto. Più della metà dei ragazzi con la pressione alta ha uno o tutti e due i genitori ipertesi, e il 55 per cento è obeso. Le conseguenze e la prognosi dell’ipertensione giovanile debbono ancora essere indagate; è temibile che le complicanze siano precoci. I ragazzi ipertesi non lamentano alcun disturbo, e quasi sempre ignorano la loro condizione, la quale invece non deve essere trascurata. La correzione delle abitudini alimentari, la diminuzione del peso, un’adeguata attività fisica sono spesso sufficienti a riportare la loro pressione alla norma. Se così non è, non si deve esitare a iniziare un blando trattamento ipotensivo.

Bastano pochi esami

Nella diagnostica dell’ipertensione arteriosa gli esami sono nella grande maggioranza dei casi pochi, semplici ed esenti da rischi. A quasi tutti gli ipertesi viene richiesto il dosaggio della renina plasmatica, esame complesso che non è risultato una guida utile alla terapia e non costituisce un indice prognostico valido. Altrettanto dicasi del dosaggio dell’aldosterone, anch’esso assai difficoltoso, che può riuscire utile solo in pochissimi casi opportunamente selezionati. Gli esami radiologici e angiografici devono essere riservati ai casi passati attraverso il vaglio specialistico. Tutti gli ipertesi devono, invece, far esaminare il fondo dell’occhio per controllare lo stato delle arterie della retina, le sole che possano essere osservate direttamente. Il controllo periodico del quadro oftalmoscopico permette altresì di evidenziare l’evolutività dell’ipertensione e gli effetti della terapia. Indispensabile anche lo studio della funzione renale che, nella maggioranza dei casi, può essere limitato al dosaggio dell’azotemia e della creatininemia. Consigliabile il dosaggio del sodio e del potassio plasmatici, da ripetere periodicamente se vengono somministrati diuretici. La radiografia del torace è utile per evidenziare le condizioni del ventricolo sinistro, anche se non sempre si ritrova una precisa correlazione fra gravità dell’ipertensione e ingrandimento del cuore. L’elettrocardiogramma deve essere eseguito a tutti gli ipertesi al fine di mettere precocemente in evidenza il sovraccarico, l’ipertrofia e l’ischemia del ventricolo di sinistra, una delle prime conseguenze dell’ipertensione. I risultati degli esami debbono essere sempre valutati razionalmente (un’identica alterazione della funzione renale, ad esempio, può essere la causa oppure una conseguenza dell’ipertensione) ed è importante la loro comparazione ripetuta nel tempo. L’ipertensione arteriosa non provoca disturbi evidenti, questi compaiono solo quando si sono instaurate lesioni a carico dell’apparato cardiovascolare.
I disturbi che possono essere presenti nelle fasi iniziali della malattia non sono necessariamente in rapporto con questa né tanto meno sono indicativi della sua gravità.


Il sintomo più frequente, comunemente ritenuto caratteristico, riconosciuto fin da quando non esistevano i mezzi per misurare la pressione arteriosa, la cefalea nucale, è risultata presente nel 13 per cento dei pazienti che non sapevano di essere ipertesi, e nel 75 per cento di quelli che erano al corrente della loro malattia. I soggetti ansiosi lamentano disturbi più spesso degli altri, gli ipertesi che praticano regolarmente sport non avvertono quasi mai disturbi. È consigliabile che coloro che sono affetti da ipertensione arteriosa imparino a misurarsi da soli la pressione seguendo alcune accortezze: • Misurare la pressione tre volte al giorno, al mattino, durante il pomeriggio e prima di coricarsi. Ogni volta registrare i valori della pressione misurata in piedi e coricati. Assicurarsi di riposare il braccio su un supporto. Il braccio non deve essere mai alzato e la camicia arrotolata non deve stringere;
• Quando si gonfia il bracciale, la sua pressione interna dovrebbe essere di 20-30 punti più alta della pressione personale;
• Non avere fretta, sgonfiare il bracciale molto lentamente;
• La membrana dello stetoscopio deve essere posta sulla parte interna del braccio, appena sopra il gomito;
• Rircordarsi che il valore registrato sulla scala al primo suono forte che si ode sgonfiando lentamente il bracciale è quello della pressione sistolica; mentre il valore registrato sulla scala all’ultimo suono udibile è quello della pressione diastolica. Scrivere entrambi i valori e le ore del giorno in cui sono state effettuate le misurazioni sull’apposita scheda;
• Ricordarsi di portare la scheda ogni volta che ci si reca dal medico.

Misurare la pressione

Ciò che medici e pazienti si propongono quando mettono mano ad uno dei tanti apparecchi per misurare la pressione è di ottenere un valore il più possibile esatto. Ma qual è l’affidabilità degli apparecchi elettronici? L’interesse di questo aspetto potrà essere valutato a pieno se si considera che:
• Poiché la variabilità della pressione arteriosa è già di per sé cospicua, bisogna evitare di aumentarla con l’imprecisione degli apparecchi di misura.
• Il tradizionale sistema di misurazione della pressione con l’apparecchio a colonna di mercurio introdotto più di cento anni or sono da Scipione Riva-Rocci è ormai diffusamente posto sotto accusa. Attualmente sono in uso tre tipi fondamentali di apparecchi per misurare la pressione arteriosa:
• Lo sfigmomanometro a mercurio rimane lo strumento di riferimento.


• Lo sfigmomanometro aneroide, più facilmente trasportabile, ha bisogno di periodici controlli per la facilità con cui altrimenti può dar luogo a letture imprecise.


• Gli apparecchi elettronici, automatici a lettura digitale costituiscono il vero aspetto emergente nell’ambito della misurazione della pressione arteriosa, effettuata dal medico, o anche dal paziente stesso o da un suo famigliare.


La domanda fondamentale che ci si pone è se gli apparecchi elettronici per la misurazione della pressione possano essere considerati affidabili, se, cioè, essi forniscano una misura sufficientemente esatta della pressione arteriosa, valutata a confronto con un apparecchio a colonna di mercurio che tuttora costituisce lo standard di riferimento. Possiamo rispondere di sì, ma ad una condizione, che essi siano stati validati. Esistono infatti protocolli precisi per stabilire lo scarto massimo accettabile tra misurazioni effettuate con questi apparecchi e misurazioni effettuate con l’apparecchio a mercurio.
Questi protocolli sono stati messi a punto dalla British Hypertension Society (BHS), dalla Association for the Advancement of Medical Instrumentation (AAMI) e dalla European Society of Hypertension (ESH). Bisogna tener conto che non tutti gli apparecchi automatici attualmente in commercio sono stati sottoposti a questi controlli e che tra quelli che lo sono stati non tutti hanno superato la prova. Si può dire che, limitatamente agli apparecchi automatici applicabili al braccio ed escludendo quindi quelli “da polso” e “da dito”, ne esistono alcuni che offrono garanzie di una affidabile determinazione della pressione arteriosa. Il numero degli apparecchi positivamente validati sta rapidamente aumentando, per l’esigenza sempre più sentita dai produttori di commercializzare strumenti in possesso dei requisiti tecnici necessari. Nella pratica, per quanto riguarda gli ipertesi, si osserva in genere che la misurazione con strumenti automatici fornisce valori più bassi rispetto a quelli ottenuti con l’apparecchio classico (a mercurio o aneiroide) usato dal medico.
Il fatto è che si tratta di due metodi diversi, fondati su due principi fisici diversi che quindi non possono non fornire valori in qualche misura tra loro differenti. La misurazione con apparecchi classici utilizza la metodica auscultatoria, mentre la maggioranza degli apparecchi automatici rilevano la pressione con metodo oscillometrico. Nel metodo auscultatorio la pressione arteriosa sistolica (o massima) viene stabilita nel momento in cui, sgonfiando il bracciale si cominciano ad ascoltare con il fonendoscopio i toni; la pressione diastolica (o minima) viene rilevata nel momento in cui i toni scompaiono. Con il metodo oscillometrico vengono invece rilevate le oscillazioni che l’arteria imprime all’aria presente all’interno della cuffia gonfiabile del bracciale: quando il sangue ricomincia a fluire perché il manicotto viene decompresso, le prime oscillazioni corrispondono alla pressione sistolica e quando queste oscillazioni si attenuano e poi si spengono abbiamo la pressione diastolica. In altri termini i due tipi di apparecchio rilevano fenomeni diversi e pertanto difficilmente potrebbero coincidere in modo assoluto. È noto da tempo, del resto, che la pressione sistolica presa in base alla scomparsa della pulsazione dell’arteria radiale al polso, risulta inferiore (in genere di circa mmHg 10, ma talora anche di più) rispetto a quella poi rilevata ascoltando i toni con il fonendoscopio, nella misurazione “classica”.
Concludiamo questa nostra disamina con qualche raccomandazione utile riguardo all’impiego degli apparecchi automatici per la misurazione della pressione arteriosa.
1. La scelta di un apparecchio elettronico per la misurazione della pressione va fatta nell’ambito di apparecchi automatici, da braccio validati dagli Enti nominati all’inizio di questo articolo. Il solo marchio CE della Comunità Europea non indica che sia stato superato un procedimento di validazione.
2. Restano confermate anche per la misurazione con strumenti elettronici le raccomandazioni riferite al metodo usuale, sia riguardo al paziente, sia riguardo alle dimensioni del manicotto gonfiabile, sia riguardo alla necessità di effettuare ogni volta almeno tre misurazioni a distanza di 1 minuto l’una dall’altra.
3. In presenza di aritmie (fibrillazione atriale, extrasistoli numerose e “a salve”) e nella gravida con pre-eclampsia gli apparecchi elettronici non forniscono valori attendibili.
4. I valori ottenuti con apparecchi elettronici si discostano maggiormente da quelli rilevati con sfigmomanometro a mercurio quanto più la pressione arteriosa è elevata: la differenza non dovrebbe tuttavia superare i 5-10 mmHg come media di ripetute misurazioni.
5. È comunque necessario un confronto frequente con valori ottenuti mediante sfigmomanometri classici e una calibrazione degli apparecchi automatici effettuata ogni 6-12 mesi da tecnici idonei.
6. Notizie utili sulla misurazione della pressione sono ottenibili collegandosi con la Società Italiana Ipertensione Arteriosa. Da qui, attraverso il link indicato http://www.dableducational.com, si accede ad un elenco di strumenti automatici validati.
La pressione arteriosa non è costante durante tutto l’arco della giornata. I valori più alti vengono ritrovati al mattino, subito dopo il risveglio. Durante il pomeriggio si osserva un calo progressivo che prosegue per tutta la notte nel corso della quale si hanno i valori più bassi. Nei soggetti ipertesi i valori più elevati vengono ritrovati fra le 10 e le 12, quelli più bassi fra le 2 e le 5 di notte. Al risveglio si osserva sempre un brusco innalzamento. L’ictus presenta la maggior frequenza durante il mattino, fra le 6 e le 14, il picco degli attacchi cardiaci ischemia si ha intorno alle 10.
Entrambi risultano in relazione con il periodo di massima elevazione della pressione. II ritmo circadiano della pressione arteriosa è sotto controllo neuro-ormonale, ma i meccanismi regolatori non sono ben noti.
Più della metà degli individui ipertesi non sa di esserlo e meno della metà di coloro che sanno di avere la pressione alta si cura in modo efficace e continuativo. L’ipertensione è il più importante fattore di rischio coronarico. Molti animali immuni dall’aterosclerosi, sono colpiti dalla malattia quando vengono resi sperimentalmente ipertesi. Lo studio di Framingham ha dimostrato che l’infarto del miocardio è tre volte più frequente negli ipertesi rispetto ai soggetti con pressione normale. Gli ipertesi che non si curano sono colpiti dall’ictus cerebrale e dalle coronaropatie con frequenza doppia rispetto agli ipertesi che si curano regolarmente. La pressione alta favorisce l’insorgenza e la progressione delle lesioni atero-sclerotiche potenziando l’effetto di vari agenti aterogeni: accresce la penetrazione del colesterolo nelle pareti delle arterie, stimola la proliferazione delle cellule muscolari arteriose, altera l’equilibrio fra fattori trombogeni e anti-trombogeni a favore dei primi. In Italia i morti per ipertensione arteriosa sono più di 15 mila ogni anno; negli USA l’ipertensione è causa di 26 milioni di giorni di ricovero in ospedale e di 82 milioni di giornate di malattia.
Anche l’occhio subisce le conseguenze nocive dell’ipertensione. La retina, abbondantemente provvista di arterie e di vene è una «zona sensibile», particolarmente vulnerabile dalla diminuita irrorazione sanguigna, cioè dalla privazione di ossigeno. Il reticolo arterioso retinico è anch’esso danneggiato dall’ipertensione che favorisce l’instaurarsi di ateromi con riduzione del calibro dei vasi, ma l’ipertensione aumenta soprattutto il rischio di rottura delle pareti microvasali. Le conseguenze possono essere di due tipi: emorragie e edemi che costituiscono le cause principali di distacco della retina. Quando l’ipertensione non è stata individuata dal medico nel corso di una visita, i segni dell’ipertensione retinica costituiscono la prima spia: annebbiamento della vista, punti luminosi, «mosche volanti» davanti agli occhi, talvolta fugaci perdite della visione o restringimento del campo visivo. Un esame del fondo dell’occhio è raccomandabile all’iperteso; esso permette di evidenziare le condizioni dei vasi della retina e il grado di gravità della malattia. L’occhio deve essere protetto dall’ipertensione: il solo modo per prevenire un grave incidente retinico, il distacco, e per questo c’è una sola raccomandazione: rispettare la terapia.

Tre caposaldi

1. Una vita ben equilibrata sia sul piano fisico sia su quello psichico. L’attività fisica è indispensabile: i valori pressori sono mediamente più elevati nei lavoratori sedentari rispetto a quelli che praticano moto o fatiche, nei soggetti che non praticano alcun sport rispetto agli sportivi, negli abitanti delle città rispetto ai contadini.
L’industrializzazione favorisce l’aumento della pressione arteriosa e l’incidenza dell’ipertensione. Al contrario l’esercizio fisico tende a favorire l’abbassamento della pressione. Questo deve essere il più regolare possibile e richiede un minimo di allenamento al fine di migliorare la tolleranza allo sforzo e di evitare fatiche che, al contrario, potrebbero non essere benefiche per l’iperteso. Anche se gli stress psichici, da soli, non sono causa di ipertensione, possono tuttavia aggravare la malattia una volta instaurata.

2. Per l’iperteso è raccomandabile una vita calma, il più possibile al riparo dagli stress psicoaffettivi, specialmente da quelli che possono ingenerare collera con aumento dell’increzione di catecolamine, adrenalina e noradernalina che possono provocare bruschi rialzi pressori. Non è sempre facile seguire queste raccomandazioni, per cui, nell’eventualità che possano risultare utili, si può far ricorso a blandi tranquillanti o ansiolitici i quali, a differenza di quanto molti ritengono, non fanno scendere la pressione, ma giovano negli stati di tensione psichica e nell’evitare accessi di collera.

3. Sono importanti anche le condizioni psicologiche dell’iperteso largamente influenzate dalle condizioni socio professionali. Questo spiega perché quasi sempre l’ipertensione migliora in ospedale, quando l’iperteso è sottratto ai condizionamenti ambientali occasionali o permanenti.

Raccomandazioni particolari

1. È prudente che l’iperteso eviti le prolungate esposizioni al sole, i bagni troppo freddi, le ascensioni ad alta quota. Sono invece consentiti i viaggi in aereo e la guida dell’automobile.

2. Non deve essere dimenticato il ruolo del tabacco, della liquirizia e degli estrogeni. Non esiste una diretta relazione fra pressione arteriosa e consumo di tabacco, ma si sa che l’abuso di sigarette, al pari dell’ipertensione, favorisce l’aterosclerosi. Metà degli ipertesi muore per aterosclerosi coronarica. L’iperteso che seguita a fumare corre maggiori rischi di incidente cardiovascolare e riduce sensibilmente la sua «speranza di vita».

3. Il ruolo del caffè è assai discutibile e si devono sconsigliare solo le quantità eccessive.

La dieta

In merito alla dieta, è consigliato che, soprattutto in un primo tempo, debba essere fatta attenzione ad adottare un regime ipocalorico basato sulla rigorosa restrizione dell’apporto lipidico (grassi) e glicidico (zuccheri). Insieme a quella del sale, questa restrizione porterà in più della metà dei casi ad un miglioramento dell’ipertensione. La pressione arteriosa infatti si innalza con l’obesità, mentre la perdita di peso ha generalmente effetti favorevoli sui valori pressori. Lo studio di Framingham ha dimostrato, dopo dodici anni di osservazioni, che nei soggetti che aumentano di peso viene sempre ritrovato un netto aumento della pressione sistolica mentre, al contrario, in quelli che perdono peso si osserva una diminuzione.

Il ruolo nefasto delle turbe del metabolismo dei grassi (iperlipidemia) negli ipertesi è ampiamente dimostrato dalla frequenza dell’associazione aterosclerosi e ipertensione. È interessante ricordare che gli ipertesi nelle popolazioni con una colesterolemia bassa, come i giapponesi, non vanno praticamente incontro all’aterosclerosi. L’ipercolesterolemia dell’iperteso deve essere sempre curata iniziando in ogni caso con regole dietetiche. In caso di ipercolesterolemia, si deve ridurre l’apporto di colesterolo alimentare a meno di 300 mg al giorno sopprimendo in particolare uova, frattaglie, lievito di birra, grassi animali, burro, formaggi grassi, latte intero, margarine, olii ricchi di acidi grassi insaturi. Questi ultimi possono essere sostituiti da olio di mais, di girasole e di olive, a patto che vengano consumati crudi o appena riscaldati e mai cotti. In caso di ipertrigliceridemia è opportuno ridurre tutti gli zuccheri, compreso il miele, ridurre il consumo di pane, pasta, riso e patate. Si devono ridurre anche le bevande alcooliche lasciando solo mezzo litro di vino o di birra al giorno. Anche l’iperuricemia si accompagna spesso all’ipertensione arteriosa e contribuisce ad aumentare il rischio di aterosclerosi. I rimedi più efficaci contro l’eccesso di acido urico sono indubbiamente i farmaci, che però non escludono la necessità di un regime alimentare, ormai in disuso come le frattaglie, fegato, rognone, cervello, e animelle, ma anche aringhe, caviale, acciughe e sardine. Utile bere regolarmente almeno un litro e mezzo di acqua non gasata al giorno per incrementare la diuresi.
La base del trattamento dietetico rimane però la restrizione del sale. Più ancora delle ricerche sperimentali sono dimostrative le indagini epidemiologiche: l’ipertensione è rara fra gli eschimesi che consumano meno di 4 grammi di sale al giorno, mentre, al contrario, è molto frequente negli USA dove il consumo quotidiano di sale è di circa 10 grammi al giorno per abitante. L’esempio è ancor più evidente in Giappone dove il consumo varia da 12 a 15 grammi. Le popolazioni del nord del Giappone, la cui alimentazione è costituita quasi esclusivamente da pesci salati, vanno incontro all’ipertensione e alle sue complicanze con frequenza ancor maggiore di quelle del sud che seguono una dieta più varia. Non tutti i dati epidemiologici sono però così convincenti: dall’indagine di Framingham non emergono sicuri rapporti fra consumo di sale e pressione arteriosa.
Ricordiamo che il fabbisogno giornaliero di cloruro di sodio, il normale sale da cucina, è di circa 7 grammi al giorno e che nella nostra dieta abituale il contenuto medio oscilla fra 10 e 15 grammi. La limitazione appare quindi utile per tutti, non solo per gli ipertesi. Sono alimenti ricchi di sodio: salumi, pane, latte, formaggi, conserve, frutti di mare, uova, acque minerali gasate. Alimenti poveri di sodio: carne, pollame, legumi freschi, pesce di acqua dolce, patate, pasta, riso, frutta fresca e secca.

Il colesterolo

Il colesterolo non è una sostanza nociva, ma un normale costituente del sangue. È presente soprattutto nella composizione della bile, degli ormoni maschili, femminili ecc..
Come elemento delle membrane cellulari (presente in special modo nelle cellule nervose) ha una particolare affinità per il cervello, il midollo spinale e le ghiandole surrenali, ma anche per i lipidi dei capelli e dei peli.
E del tutto normale che il nostro sangue ne contenga da g. 1,80 a g. 2,40 per litro; è il valore di colesterolemia normale, come esiste una glicemia normale (zucchero del sangue) e una lipidemia normale (lipidi del sangue). Nel sangue, oltre ai globuli rossi, ai globuli bianchi, alle piastrine, alle proteine e ai sali, c’è circa un grammo di grassi detti lipidi totali. La loro quantità presenta delle oscillazioni in rapporto con la razza, l’età e il tipo di dieta. I principali lipidi del sangue sono il colesterolo, i trigliceridi e gli acidi grassi liberi. Il colesterolo è un costituente fondamentale dei tessuti e svolge importanti funzioni biologiche. La colesterolemia è la quantità di colesterolo presente nel sangue; rappresenta il 7 per cento del contenuto totale di colesterolo del nostro corpo: in parte proviene dagli alimenti e in parte è sintetizzato dal fegato. Alla nascita la colesterolemia è molto bassa e uguale in tutte le razze: 60-80 milligrammi per cento, successivamente sale col progredire dell’età. Fra 10 e 20 anni l’aumento è lo stesso nei due sessi, fra 20 e 50 è maggiore nei maschi, dopo i cinquant’anni nelle donne. L’aumento della quantità di colesterolo del sangue è molto più rilevante nelle popolazioni industrializzate con elevato tenore di vita che in quelle agricole e scarsamente toccate dal progresso. Per stabilire i valori della colesterolemia normale sono stati necessari lunghi anni di studio. È stato possibile stabilire che livelli di colesterolo totale del sangue superiori a 220-230 milligrammi per cento sono associati ad un aumentato rischio di malattia delle coronarie.
Più recentemente è stata precisata l’entità di questo rischio in rapporto con l’età e il livello della colesterolemia. Ai fini del rischio di malattia delle coronarie, più ancora della quantità totale di colesterolo è importante conoscere le sue frazioni: il colesterolo HDL, comunemente definito colesterolo “buono”, non solo non ha effetti lesivi sulle arterie, ma esercita su di esse un’azione protettiva, al contrario del colesterolo LDL che si deposita sulle pareti arteriose causando le placche aterosclerotiche. Recentemente è stata acquisita la certezza che l’abbassamento della colesterolemia è seguita dalla riduzione delle frequenza delle malattie delle coronarie. Una riduzione dell’1 per cento del colesterolo totale del sangue riduce del 2 per cento gli attacchi coronarici. L’eccesso di colesterolemia deve essere curato innanzitutto con la correzione della dieta e, se questa non è sufficiente, con la somministrazione di farmaci. I trigliceridi del sangue presentano rilevanti oscillazioni principalmente in rapporto con l’alimentazione. Il loro effetto nocivo si esplicherebbe solo quando il loro aumento si accompagna a quello della colesterolemia. Un eccesso di colesterolo rivela molto spesso un difetto più o meno grave del sistema cardiovascolare, poiché rappresenta uno dei principali segni dell’aterosclerosi (placche fibrose fatte di lipidi, di colesterolo e di calcio, sulla parete delle arterie). I depositi ateromatosi si creano a poco a poco nel corso degli anni e ispessiscono le arterie diminuendo la loro elasticità.

D’altra parte, non siamo tutti uguali di fronte al rischio di ipercolesterolemia:
• interviene l’età: il tasso di colesterolo ha tendenza ad aumentare con gli anni • il sesso: gli uomini hanno la tendenza a superare i limiti un po’ più delle donne;
• forse il gruppo sanguigno: il gruppo A sarebbe più vulnerabile del gruppo B e O:
• verosimilmente l’ereditarietà: esistono alcune ipercolesterolemie e iperlipidemie familiari, anomalie metaboliche ereditarie aggravate molto spesso da cattive abitudini alimentari;
• Senza dubbio il modo di vita (sedentarietà e abuso di tabacco) e soprattutto l’alimentazione.

Prepararsi agli esami di laboratorio

Esami del Sangue
Gli esami di laboratorio vanno eseguiti preferibilmente a digiuno. Questo è strettamente necessario per la determinazione di alcuni parametri, in particolare glicemia, colesterolo e trigliceridi, sideremia, acido folico e vitamina B12, insulina, acidi biliari, anticorpi in genere, PSA. Trigliceridi, transaminasi, colesterolo sono test importanti nelle malattie cardiache ed i valori sono molto influenzabili dall’alimentazione immediatamente precedente al prelievo. Se si mangiano cibi grassi nei giorni che precedono l’esame o si assumono significative quantità di alcool, è possibile che il loro livello si alzi. In particolare, l’uso di bevande alcooliche può dare un innalzamento dei trigliceridi e pertanto è indispensabile sospenderne l’assunzione nelle 24 ore precedenti il prelievo.
Dato che la concentrazione dei trigliceridi varia considerevolmente nel corso della giornata, il prelievo deve essere fatto al mattino dopo un digiuno di 12 ore Lo stesso vale per quanto riguarda il fumo e l’esercizio fisico, dai quali occorre astenersi nelle ore immediatamente precedenti il prelievo di sangue.
Tra le altre raccomandazioni, ricordiamo:
• evitare di sostenere sforzi fisici intensi nelle 12 ore prima del prelievo
• non fumare nel periodo di tempo intercorrente tra il risveglio e l’effettuazione del prelievo
• non assumere alcool nelle 24 ore precedenti il prelievo
• non assumere farmaci nelle 12 ore precedenti il prelievo, ad eccezione di prescrizione obbligatoria del medico o assoluta necessità; in questi casi, segnalare il tipo di farmaco assunto
• per le donne, segnalare lo stato mestruale.
L’eccessivo digiuno, oltre 24 ore, è da evitare per la conseguente diminuzione di glicemia, colesterolo, trigliceridi, proteine, T3, T4 ed aumento di bilirubina, acido urico e creatinina.

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