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4 Ottobre 2020

Che nesso c’è tra valori pressori e demenza?

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Desideri

Di:

Francesco Prati intervista Giovambattista Desideri

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“La prevalenza della demenza è destinata a triplicare nel mondo nel corso dei prossimi 30 anni ma il deterioramento cognitivo non rappresenta, tuttavia, il destino ineludibile di chi invecchia come indicano chiaramente gli studi condotti sui centenari”

Prof Desideri, l’ ipertensione favorisce il deterioramento cognitivo ?

Le evidenze derivanti dai dati della coorte inglese Insight hanno rivelato una significativa associazione tra l’aumento dei valori pressori nell’età giovane adulta e la riduzione del volume cerebrale nelle decadi successive. Il paziente iperteso, anche senza evidenza clinica di malattia cerebrovascolare, presenta inoltre performance cognitive mediamente inferiori rispetto al normoteso. C’è una relazione lineare tra pressione arteriosa e declino cognitivo già a partire da valori di pressione normali-alti. Il paziente iperteso, inoltre, è maggiormente esposto a lesioni cerebrovascolari ischemiche che, pur decorrendo spesso in forma asintomatica, possono portare allo sviluppo di demenza, soprattutto se numerose e bilaterali

Che nesso c’è tra l’accumulo di B-amiloide e di altre proteine neurodegenerative ?

E’ possibile che alterazioni del flusso ematico cerebrale, distrettuali o diffuse, sostenute dall’esposizione dei vasi cerebrali a livelli tensivi cronicamente elevati, pur senza arrivare a determinare la comparsa di franche lesioni ischemiche, possano indurre una sofferenza metabolica neuronale capace di innescare, nel corso del tempo, i fenomeni infiammatori e degenerativi neuronali che sottendono alla malattia di Alzheimer; fenomeni nei quali l’accumulo di B-amiloide e di altre proteine neurodegenerative gioca un ruolo centrale.

Quanto è efficace la  terapia antipertensiva, nel ridurre la demenza senile ?

Numerosi studi longitudinali, nel corso degli ultimi anni, hanno portato ad ipotizzare che il trattamento antipertensivo possa rappresentare un prezioso strumento per prevenire la comparsa del deterioramento cognitivo e della demenza.

Tra questi lo studio SPRINT ha arruolato circa 9.400 individui ipertesi (età media 68 anni) ad aumentato rischio cardiovascolare (ma senza storia di ictus o diabete), randomizzati ad un trattamento antipertensivo standard (target di pressione sistolica <140 mmHg) o intensivo (target di pressione sistolica <120 mmHg). Lo studio è stato interrotto precocemente per evidente superiorità del trattamento intensivo nel ridurre gli eventi cardiovascolari.  Nei pazienti assegnati al trattamento intensivo (target di pressione sistolica <120 mmHg) è stato osservato un interessante trend verso la riduzione del deterioramento cognitivo.

Si può sostenere l’affermazione “The earlier, the better” nella prevenzione della demenza?

La comparsa di un variabile grado di declino fino alla demenza conclamata nel paziente iperteso rappresenta il momento finale di un complesso percorso fisiopatologico iniziato molti anni prima. È evidente, quindi, l’opportunità di un intervento precoce che valga a disinnescare il prima possibile i meccanismi fisiopatologici sottesi allo sviluppo e alla progressione del declino cognitivo nel paziente iperteso.

 

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